Bimba

– Mi guardi

– Sì. E tu ti nascondi

– Così mi cerchi.

– Mi piace,  e a volte sei buffa, specie quando ti nascondi come una bimba educata di fronte a chi le porge una caramella. E arrossisci.

– Perché sento il tuo sguardo addosso anche se chiudo gli occhi. Ed è mio, lo ascolto, apro gli occhi e sorridi. 

– È vero, ma ancora non capisco perché ti nascondi 

– Non lo so bene.. Forse perché guardiamo e cerchiamo tante cose, tante mani, tanti occhi ogni giorno, non si può negare, la bellezza è ovunque. Ma mi cerchi e sorridi, quello sguardo è mio. È come se chiudendo gli occhi, mi ci tuffassi. 

Senti?

– A cosa pensi?

– A nulla. È incredibile, un po’ disarmante, ma bello.

– Succede anche a me, non voglio cercarne motivi e cause, non ha senso sbriciolare questo star bene.

– Vieni qui. Stringiti a me. Senti? Se te ne andassi dovrei ricostruire un pezzo della mia carne, ridarle forma, come quando alla terra, molle, viva, viene strappato un albero. 

– Hai detto che non stavi pensando a nulla..

– Infatti è così, non penso, sento. Sento che il mio corpo sta bene qui, così. 

Abbraccio

Abbraccio

Non pensavo che la carne in qualche modo potesse unire. O forse non ci speravo. Si ritrova nello sguardo, nella schiena di un altro corpo. Come schiuma e onda, che in un momento sono un’unica cosa prima di infrangersi.

Poi si squarcia, quasi un dolore. Tremo, ma entra umida bellezza. Un sospiro buono. 

L’unione resta dopo lo squarcio. I lembi, forse feriti, si uniscono in un abbraccio. 

Respiro

– Come stai?

– Oggi sono fragile. Lo sai meglio di me, il vuoto paralizza l’uomo. Ci si vede sull’orlo di un infinito sconosciuto, più tremanti di una foglia che, pur non volendo, sa che cadrà e come. Ma forse siamo solo così negativi, a volte. 
– Se consideri che l’uomo è limitato dal suo sarcofago di carne, sì, è quasi un sollievo. Lo sconosciuto di cui parli non può essere infinito.

– E se ci fosse di più? Guarda meglio, non solo ciò che vedi. Il vuoto è foro, buco, fessura. Squarcio da cui entra luce in svariate forme. Fessura. Come la bocca. Può entrare aria per un nuovo respiro. 

China 

– Hai uno sguardo che non capisco. Cosa pensi?

– Dai una forma alle mie diffidenze.

– Capisco meno di prima.

– Hai presente una macchia nera, densa, come china che scivola addosso viscida e copre tutto, indistintamente, senza che tu ne abbia il controllo?

– Sì..

– Ecco. In qualche modo, con te, è come se prendesse una forma, o più forme, con il tempo. Un po’ come nel test di Rorschach. Sì, il nero perde il suo essere viscido, si dirada e forse posso controllarlo. 

– E quindi?

– E quindi nulla. Dirtelo già mi spoglia un po’ di più. Mi sento quasi vulnerabile. Stringimi..

– Sì. Sono qui. 

Impronta

Impronta

– Cosa importa?

– Impronta?

– Importa! Ma forse impronta è quello che volevo dire.

– Spiegati, non capisco.

– Impronta. Qualcosa che resta, che rimane, che tu lo voglia o meno. Qualcosa da cui non si torna indietro, come quando ne lasci una sul terriccio bagnato. Sei passato, che tu abbia sbagliato strada non interessa a nessuno, ma quella l’hai percorsa. Nel bene e nel male.. importa. Forse non c’è molto di più.

– Per questo sei contenta se ti dico che è importante?

– Sì.